venerdì 20 novembre 2009

L'angolo della poesia: Don Clemente Rebora

Notturno


Il sangue ferve per Gesù che affuoca.
Bruciamo! dico: e la parola è vuota.
Salvami tutto crocifisso (grido)
insanguinato di Te! Ma chiodo al muro,
in fìsiche miserie io son confitto.
La grazia di patir, morire oscuro,
polverizzato nell'amor di Cristo:
far da concime sotto la sua Vigna,
pavimento sul qua! si passa, e scorda,
pedaliera premuta onde profonda
sai fa voce dell'organo nel tempio -
e risultare infine inutil servo:
questo, Gesù, da me volesti; e vano
promisi, se poi le anime allontano.
Bello è l'offrir, quale il fiorire al fiore;
ma dal sognato vien diverso il fatto.
Padre, Padre che ancor quaggiù mi tieni,
fa che in me l'Ecce non si perda o scemi!
A non poter morire intanto muoio.
Il sangue brucia: Gesù mette fuoco;
se non giunge all'ardor, solo è bruciore.
Maria invoco, che del Fuoco è Fiamma;
pietosa in volto, sembra dica ferma: -
Penitenza, figliolo, penitenza:
prega in preghiera che non veda effetto:
offriti sempre, anche se invan l'offerta;
e mentre stai senza sorte certa,
umiliato, e come maledetto,
Dio in misericordia ti conferma.


Nato a Milano nel 1885, Clemente Rebora crebbe in un ambiente di intensi affetti familiari e di rigorosa moralità laica e risorgimentale. Si laureò in lettere a Milano con una tesi su Romagnosi, seguì i corsi di filosofia di Piero Martinetti. Collaborò con «La Voce» prezzoliniana. In guerra fu ufficiale di fanteria sugli altopiani di Asiago e Gorizia; uno scoppio di mina compromise il suo già labile sistema nervoso. Tornato a Milano ebbe una crisi religiosa fatta di Bibbia e autori orientali e mistici. Scelse di entrare nella congre gazione dei rosminiani (1931), divenne sacerdote (1936), con il voto segreto di «patire e morire oscuramente, scomparendo polverizzato nell'amore divino». Fece il sacerdote e l'educatore negli istituti rosminiani di Domodossola e Stresa. Nel novembre 1955 i primi sintomi della malattia che lo porteranno alla morte due anni dopo. Morì a Stresa nel 1957.

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